studicesanensi


Vai ai contenuti

geografia delle migrazioni

Pubblicazioni


Geografia delle migrazioni


Le migrazioni, intese come lo spostamento di individui e di gruppi dal luogo di origine verso l'altrove, costituiscono una tendenza connaturata al genere umano, se , come ci dicono i genetisti, i nostri antenati hanno popolato i vari continenti mediante progressive ondate migratorie. Quindi possiamo trovare alcune dimensioni generali, di tipo antropologico, che sono comuni alle dinamiche migratorie. Ma le modalità con cui si manifestano le spinte verso la partenza e l'attrazione dei luoghi di destinazione, così come i mezzi di trasferimento disponibili e le forme delle reti di relazione fra le persone, costituiscono aspetti specifici propri di ogni epoca storica, in cui possiamo
dunque trovare diverse geografie delle migrazioni.
Il libro di Lilith Verdini ricostruisce le vicende di una migrazione, che ha origine nell'Italia dei primi anni '50, e che interessa diversi luoghi. Prima di tutto c'è il territorio di partenza, cioè quell'area delle colline marchigiane attorno al paese di Cabernardi - fra le province di Ancona e di Pesaro e Urbino - dove nel 1952 inizia lo smantellamento della locale miniera di zolfo, che, pur nelle difficili condizioni di lavoro, aveva rappresentato occasione di benessere per una popolazione dedita principalmente all'agricoltura mezzadrile. La chiusura della miniera costituisce un evento traumatico, che porta alla migrazione di molti giovani alla ricerca di un destino migliore. Fra le varie destinazioni verso le quali si sono diretti i marchigiani, due in particolare sono state investigate nel testo: la frazione ferrarese di Pontelagoscuro, interessata alla costruzione della prima industria petrolchimica italiana, e la provincia mineraria del Limburgo nel Belgio; in questi luoghi l'autrice si è recata per raccogliere i racconti dei migranti, una parte dei quali sono riportati nella seconda parte del volume. Il concetto di geografia delle migrazioni è utile per inquadrare il fenomeno migratorio nella sua complessità, quella cioè di un processo che mette in relazione luoghi diversi, attraverso lo spostamento delle persone. Inoltre, potremmo, paradossalmente, anche dire che con le persone si spostano anche i luoghi, cioè le immagini degli spazi di vita delle persone che vanno a vivere in altri ambienti. I luoghi di partenza, e di arrivo non sono, infatti, solamente gli spazi che forniscono le condizioni di esistenza alle persone che migrano, ma costituiscono anche contesti di riferimento emozionale e materiale. L'attenzione ai luoghi inoltre ci permette di osservare le migrazioni come esperienze di vita, che riguardano il lavoro, ma anche la casa, il quartiere e le attività del tempo libero, mediante le quali i nuovi arrivati si confrontano con la società e la cultura di accoglienza. Le vicende ricostruite in questo libro sono esempi di queste relazioni: connessioni geografiche legano fra loro miniere e fabbriche in luoghi diversi, dai paesi delle colline marchigiane, gravitanti sulla miniera di Cabernardi, al Limburgo belga, dove in altre miniere di carbone vanno a lavorare i migranti marchigiani, e poi la pianura ferrarese, dove una nuova zona industriale sta nascendo a Pontelagoscuro, proprio per opera di quella azienda che aveva chiuso la miniera marchigiana ed iniziato nuove produzioni industriali nel campo della petrolchimica (La Montedison). Attraverso i documenti e la raccolta delle testimonianze dirette, l'autrice ci restituisce le varie dimensioni vissute dai protagonisti, con le difficoltà incontrate nel passare da un universo conosciuto e controllato, seppure difficile, ad uno spazio diverso ed ignoto, di cui non ci si poteva nemmeno rappresentare un'immagine (dov'è il Belgio? forse meno lontano della Sicilia!), nel contesto dell'Italia dei primi anni '50. Alcuni documenti evidenziano le circostanze della migrazione, come i volantini di colore rosa per il reclutamento nelle miniere belghe, che contenevano tante promesse di trattamenti economici e di diritti sociali. I racconti dei protagonisti ci fanno rivivere le diverse fasi delle esperienze, come lo smistamento alla stazione di Milano, con le visite di controllo da parte di medici belgi, che avevano il compito di assicurarsi la salute della nuova forza lavoro - e quindi scartavano fino ad un terzo dei pervenuti - e poi le prime sistemazioni, nei casermoni (chiamati anche "cantine") allestiti dalle miniere belghe, oppure in camere d'affitto presso i ferraresi. In entrambi i luoghi, poi, fondamentale è stata la conquista di un'abitazione per la famiglia, che ha trovato soddisfazione col tempo, in insediamenti che hanno riprodotto la comunità marchigiana, sia a Pontelagoscuro nel "villaggio dei marchigiani", fatto costruire dalla Montedison, che in Limburgo nei quartieri dei minatori, chiamati nuove cités.
Le due mete dei migranti marchigiani, investigate nel testo, sono molto diverse fra loro: infatti nel caso di Ferrara - distante circa 200 chilometri dalle colline delle province di Ancona e Pesaro e Urbino - ex minatori vengono trasferiti da parte della stessa azienda proprietaria della miniera di Cabernardi; invece nel caso del Belgio, la migrazione si inserisce nell'ambito degli accordi fra governi per assicurare allo stato italiano forniture di carbone, in cambio di minatori. In quest'ultima destinazione, la diversità linguistica ha rappresentato una barriera considerevole all'integrazione dei migranti italiani, ma anche nella prima le diversità dialettali hanno complicato la comunicazione . Pertanto dai racconti dei protagonisti emergono problematiche differenti nei due contesti, ma anche aspetti simili, che esprimono alcune condizioni generali comuni alle dinamiche migratorie. Infatti, anche a Pontelagoscuro di Ferrara, non sono mancati i problemi di integrazione, e le diffidenze verso il "villaggio dei marchigiani" dove si insediarono i nuovi venuti. Le esperienze dei protagonisti, specialmente della prima generazione dei migranti, ci mostrano luci ed ombre, che vanno dalle difficoltà di inserimento, alle nuove libertà personali ed economiche conseguite; si avverte comunque l'importanza che ha avuto ed ha tuttora il contesto ambientale dove gli individui hanno vissuto prima di partire, che li segue nella migrazione. Perché infatti questa è la dimensione che l'autrice rileva nelle sue interviste ai Marchigiani che sono immigrati a Pontelagoscuro e nel Belgio, quella cioè di aver portato con sè parte del loro mondo e di averlo riprodotto in qualche misura nel nuovo contesto. In entrambi i casi, quindi, si rileva la permanenza di una dimensione identitaria perseguita e mantenuta, che si esprime specialmente in alcuni aspetti, come le attività associative, sviluppate all'interno della comunità di origine (il circolo ACLI di Pontelagoscuro, e l'Associazione marchigiani con sede a Genk, nel Belgio), oppure il mantenimento delle abitudini culinarie, che per esempio sono testimoniate dalla presenza della filetta del pane marchigiano, comparsa fin da subito accanto alla treccia ferrarese, nei negozi di Pontelagoscuro. Anche in Belgio, sono suffragate dai riti gastronomici, le feste promosse dall'Associazione locale dei marchigiani.
Interessante è poi rilevare il ruolo che hanno avuto le donne, nei nuovi contesti di immigrazione, contrariamente ad altri casi migratori riportati dalla letteratura. Qui infatti le donne marchigiane hanno favorito, oltre che la continuità culturale - specialmente nell'ambito delle tradizioni gastronomiche - anche la comunicazione e l'integrazione con la comunità di accoglienza. Negli spazi della vita quotidiana, infatti, nei negozi e nelle scuole dei figli, sono entrate in contatto con le realtà locali, in maniera più consistente rispetto agli uomini, che invece hanno avuto la vita cadenzata sui luoghi di lavoro e su quelli dello svago - nei circoli associativi - in entrambi i casi frequentati soprattutto da compaesani. I migranti, di cui si parla in questo libro, quindi, hanno mantenuto la cultura marchigiana, ma si sono anche integrati nelle realtà di accoglienza, verso le quali comunque, nutrono sentimenti di condivisione e di appartenenza, che fanno sì che siano rimasti in quei luoghi, anche quando, con la fine del periodo lavorativo, avrebbero potuto tornare nei paesi di origine. Identità quindi che diventano multiple e multiculturali, in quanto si arricchiscono di diverse componenti. Le storie personali e delle famiglie, qui ricostruite, costituiscono casi specifici, ma, nel contempo, possono essere considerate rappresentative di quei consistenti fenomeni di mobilità territoriale, avvenuti negli anni '50, sia all'interno della penisola italiana - dalle aree rurali alle aree urbane, dal Sud al Nord del paese - sia dall'Italia verso i paesi del Nord Europa. In particolare il flusso migratorio internazionale ha costituito un fenomeno caratteristico del nostro paese fino all'inizio degli anni '80, quando ci si è accorti, con sorpresa, che il bilancio degli arrivi era superiore a quello delle partenze e che quindi l'Italia era passata da un paese di emigranti ad una meta di arrivo, per una quantità sempre più consistente di persone, provenienti da tante zone del mondo, analogamente agli altri paesi a sviluppo maturo.
La ricostruzione delle storie, delle memorie e delle geografie delle nostre migrazioni - non ancora completamente realizzata, nonostante il rinnovato interesse per questi studi negli ultimi decenni - non ha soltanto importanti finalità storiografiche, ma contribuisce anche alla valorizzazione - per quanto riguarda le mete internazionali - dei legami con la cultura italiana fuori dall'Italia. Inoltre, più in generale, l'attenzione alla natura dialettica dei processi di trasferimento di culture e di integrazione culturale, che emerge per esempio nei casi qui investigati, potrebbe fornirci strumenti utili per un confronto più consapevole con la realtà attuale delle nostre città e territori, sempre più interessati dalle diversità linguistico-culturali.


Marzia Marchi
Docente di Geografia Università di Bologna


Torna ai contenuti | Torna al menu